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Basta, ho deciso. Forse voto Pd, forse Bonino, o forse no

Hai votato per una coalizione di centrosinistra da una vita, come me, e ora non sai che cosa fare. Renzi non ti piace, ma la destra ti fa paura, i 5 stelle anche, e poi temi l’instabilità, le fibrillazioni dei mercati, il ritorno dello spread. Alla fine la paura del peggio ti ha quasi convinto. I giornali e i siti che leggi, i ragionamenti di amici e colleghi, i cosiddetti padri fondatori, tutti ti chiedono un atto di responsabilità, un voto utile. Non puoi sprecare il tuo voto. E poi il PD qualcosa di buono l’ha fatto in questi anni. Il PIL ha ricominciato a crescere, così come il lavoro. E vogliamo parlare delle leggi sulle Unioni Civili, sull’omicidio stradale, sul biotestamento, persino sul reddito di inclusione? Sì, è vero, molte non sono perfette, ma è un primo passo. E Gentiloni, dai, è tutta un’altra cosa, è serio, è pacato e ha tenuto la barra dritta. Invece dall’altra parte chi c’è? Ancora Bersani e D’Alema. Passi per Bersani, che è una brava persona anche se ormai ha fatto il suo tempo, ma D’Alema no, D’Alema ci ha rovinato! E’ vero, ci sono anche Grasso, Boldrini, Anna Falcone e volti nuovi come l’ex presidente di Legambiente Rossella Muroni, ma alla fine si sa che comanda D’Alema. Basta, hai quasi deciso: alle elezioni voterai PD o forse Bonino, una persona perbene e una politica stimata, che fa battaglie civili da tutta la vita e vuole più Europa, come te.

Ma c’è un ma. Perché se ti guardi attorno e metti il naso fuori dall’Italia, vedi che quella storia, la famosa terza via blairiana e clintoniana, ha esaurito ovunque la sua spinta propulsiva e gli eredi di quella tradizione sono avviati sulla via del tramonto: in Francia e Grecia, il Partito Socialista è pressoché estinto; in Spagna il PSOE è passato dal 43,9% del 2008 al 22% del 2015; stesso declino in Germania, dove l’SPD in 20 anni ha dimezzato i consensi e chissà che futuro avrà se farà la grossa coalizione; nel Regno Unito, il Labour ancora di stampo blairiano era sceso al 29% e sembrava in una crisi irreversibile; infine, negli Stati Uniti, la Clinton ha finito per perdere con quel mostro di Trump.

Guardando poi ancora a quei paesi, ti rendi conto che, per una storia che finisce, c’è una storia nuova che nasce: in Francia, Mélenchon ha sfiorato il ballottaggio e ci sarebbe andato se Hamon l’avesse appoggiato; in Grecia, Syriza, dal partitino che era, è arrivato addirittura a governare, anche se poi li hanno schiacciati come mosche; in Spagna, Podemos è il terzo polo e può scalzare il PSOE; nel Regno Unito, Corbyn, spostando il Labour a sinistra, ha fatto meglio persino di Tony Blair ed è a un passo dal far cadere la May; negli Stati Uniti, Sanders ha sfiorato il colpaccio e, se l’avesse fatto, magari non vivremmo l’incubo che viviamo ora. Tutti soggetti politici che i nostri media definirebbero di estrema sinistra. E tutto in poco, pochissimo tempo. Cos’è successo?

E’ successo che quella storia, la storia della sinistra che si sposta sempre più a destra per poter governare, è figlia di un’altra epoca. E’ nata quando il neoliberismo, sdoganato da Thatcher e Reagan a cavallo degli anni ’70 e ’80, sembrava l’unico orizzonte possibile. Il muro era caduto, quel che restava del comunismo in Russia pure, il libero mercato prometteva magnifiche sorti e progressive, la politica apriva il recinto liberalizzando i movimenti di merci e capitali, il progetto europeo bruciava le tappe nella cornice di quel contesto e le sinistre si rifacevano il vestito per adeguarsi ai tempi e realizzare ambizioni di governo.

A 40 anni circa dalla svolta neoliberista di fine anni ’70 ci ritroviamo con l’1% più ricco che possiede più del restante 99%, come ci ha comunicato Oxfam recentemente. Lascia fare al libero mercato, dicevano, che tanto poi la ricchezza dall’alto sgocciola in basso. E continuano a dirlo. Ma in vent’anni oltre 10 punti percentuali di PIL, in Europa, si sono trasferiti dai salari ai profitti e alle rendite. La finanza, che doveva essere l’ancella dell’economia, domina incontrastata.

E l’Italia? Per capire come stiamo, bisogna guardare soprattutto a produttività e produzione industriale. Per produttività del lavoro, siamo il fanalino di coda nella UE: tra il 1995 e il 2016, è cresciuta di media all’anno solo dello 0,3%, mentre la media Ue era dell’1,6%. La produzione industriale, dal 2007, ha perso circa il 25%. E anche altri dati non sono molto confortanti. La disoccupazione è ancora sopra l’11% e il lavoro, se c’è, è precario: due giorni fa l’Istat ci ha detto che i dipendenti precari sono ormai 2,91 milioni, record assoluto. A proposito di record, siamo anche il Paese europeo in cui vivono più poveri: 10,5 milioni, su un totale di 75 milioni a livello Ue, secondo Eurostat. Si tratta di persone che non sempre riescono a coprire il proprio fabbisogno proteico ogni due giorni, a far fronte alle spese impreviste, a pagare l’affitto in tempo, a riscaldare la casa e a comprarsi gli indumenti necessari. Numeri che aumentano se consideriamo le persone a rischio esclusione: 18 milioni (dati Istat). Per non parlare dell’accesso alle cure, negato a 12 milioni di italiani.

Ma ci stiamo riprendendo, ci ripetono. Merito delle riforme, sostengono. Poi scopri che la Commissione Europea ci piazza all’ultimo posto nell’Unione per crescita del Pil e la situazione peggiorerà addirittura nel 2019. Inoltre, gli italiani, a livello di Pil pro capite sono più poveri della media della UE. E allora ti chiedi dove sono i problemi. Ora che non possono più colpevolizzare l’articolo 18, ti rispondono la spesa pubblica e il fardello del debito.

Allora mi vengono in mente quelle volte in cui, per un documentario, ho avuto il piacere di intervistare l’economista Mario Pianta e il più importante sociologo italiano degli ultimi decenni, Luciano Gallino, la cui intelligenza e il cui studio sistematico mancano terribilmente a questo Paese. Tra le altre cose, mi dissero che la produttività, che significa valore aggiunto per ora lavorata, dipende soprattutto dagli investimenti in ricerca e sviluppo, da uffici e impianti moderni e da cosa produci. E mi dissero che i problemi, quelli veri, sono questi: la nostra struttura produttiva, innanzitutto, è debole, perché produciamo maggiormente in settori tradizionali (industria e servizi) rispetto a quelli avanzati; abbiamo imprese troppo piccole, frutto di una strategia avviata negli anni ’70 per ridurre i costi, ma le imprese troppo piccole non fanno economia di scala e in un contesto globale sono ovviamente l’anello debole; abbiamo un rapporto pessimo tra profitti e investimenti, perché i soldi, chi ce li ha, preferisce metterli in finanza o in paradisi fiscali; e abbiamo una scarsissima innovazione sia per la struttura industriale, sia per la dimensione delle imprese sia per la mancanza di un investimento rilevante a livello statale; infine, abbiamo una qualità del lavoro sempre peggiore.

Ora, date queste premesse, mi pare evidente che non ci tiriamo fuori dalla buca, regalando una vagonata di miliardi (tra i 14 e i 22, secondo le stime di uno studio di Marta Fana) di sgravi contributivi alle imprese in cambio di assunzioni, come ha fatto il governo Renzi. Così come non diamo una risposta a quasi 5 milioni di poveri “assoluti” e circa 9 milioni di poveri “relativi” con i due miliardi di euro stanziati dal governo Gentiloni per il reddito di inclusione, che copriranno a stento circa 600 mila persone, costringendo le famiglie numerose ad accettare qualsiasi lavoro per non perdere il sussidio da 190 a 485 euro, previsto per un anno al massimo.

Ed è altrettanto evidente che è in quest’emorragia di povertà e precarietà che attecchiscono razzismo e neofascismi. Se non l’affrontiamo, Salvini, Meloni e Casa Pound saranno sempre più forti. E’ questa la vera responsabilità che deve assumere ogni elettore di centrosinistra o di sinistra oggi. Ed è di questa responsabilità che la Storia ci chiederà conto. Così come la Storia ci chiederà conto della responsabilità che abbiamo nei confronti dell’ambiente. Perché non è possibile, nel 2018, sostenere un governo che trivella il mare e dà ancora 15 miliardi di sussidi all’anno ai combustibili fossili. E non è nemmeno possibile legittimare con il proprio voto la cementificazione del territorio e dei paesaggi italiani promossi dallo Sblocca Italia, a fronte della totale assenza di un piano per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica del territorio. Né è possibile avallare i tagli inflitti a università e ricerca, chiavi del nostro futuro, e l’aziendalizzazione di una scuola in cui gli studenti si formano friggendo patatine da McDonald’s e i docenti, invece di insegnare, passano parte del loro tempo a compilare valutazioni e rendicontazioni, a misurare risultati ed elaborare progetti per procacciare risorse ai propri istituti.

Non è questo il Paese in cui vogliamo vivere. Ma continueremo a viverci e peggiorerà sempre di più, se voteremo ancora guidati dalla paura di catastrofiche conseguenze, preannunciate da giornali che hanno smesso di fare informazione e cercano di indirizzare il consenso. Non ci avevano forse predetto l’apocalisse dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016?

Dobbiamo, invece, finalmente ritrovare il coraggio di ricominciare a immaginare un mondo migliore di questa mediocrità dilagante e la strada per arrivarci. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo. La scienza ha fatto enormi progressi e la tecnologia è arrivata a livelli impensabili, tanto che robotizzazione e intelligenza artificiale sono già una realtà. Ma vanno indirizzate alle esigenze del bene comune.

In politica, poi, questi decenni ci hanno raccontato che non si può lasciar fare solo al mercato. Mariana Mazzucato ci ha spiegato molto bene che lo Stato può essere l’imprenditore più audace e l’innovatore più prolifico. Anche nei paesi più liberisti, infatti, lo Stato ha avuto un ruolo decisivo con i suoi investimenti, perché all’inizio di un settore, di una tecnologia, il privato non può far da solo, dovrebbe sostenere costi eccessivi. Internet, ad esempio, deriva dagli investimenti militari degli Stati Uniti e ora abbiamo giganti come Google, Apple e Facebook che guadagnano miliardi, approfittando del lavoro svolto dallo Stato in precedenza e pagando, tra l’altro, pochissime tasse (bel ringraziamento!).

Per un modello diverso, quindi, bisogna dare una linea a livello statale. Bisogna darla per cambiare la nostra struttura economica e per restituire una fetta della torta ai salari, che hanno pagato sia la produttività ristagnante sia l’indebolimento della capacità contrattuale dei lavoratori. Bisogna darla, poi, per un grande piano ambientale, che serva a curare un territorio disastrato, a ristrutturare, efficientando, il patrimonio immobiliare e a porre fine alla devastazione del paesaggio, dell’ambiente e del senso estetico. Bisogna darla, infine, per riequilibrare lo squilibrio demografico sul territorio, che è insostenibile dal punto di vista ecologico e, prima o poi, bisognerà anche parlarne.

Allora, proviamo a ripartire da quei valori che ci accomunano. Ripartiamo da un’idea di società che mette al centro la dignità delle persone e la salute del pianeta. Ripartiamo dalla convinzione che la giustizia è innanzitutto giustizia sociale e dal rifiuto delle violazioni dei diritti umani, evitando di favorirle lontano dagli occhi, lontano dal cuore. E ripartiamo dal recupero dei principi alla base del nostro patrimonio storico e culturale, perché troppe volte ce li siamo dimenticati.

Io non so se c’è un soggetto politico che incarna davvero questa visione del mondo, ma so chi l’ha tradita da tempo e continua ad affermare ricette economiche sbagliate, nel solco del neoliberismo: la destra, ma anche il PD, che si è ridotto a fare casting per scegliere i candidati e rivendica e rilancia il suo operato di questi anni. E una rottura non può certo venire dalla Bonino, che propone, tra le altre cose, il congelamento della spesa pubblica per i prossimi 5 anni, il pareggio di bilancio, la privatizzazione di imprese pubbliche e dei servizi pubblici locali (tra cui acqua e trasporti), la concessione ai privati della gestione del patrimonio demaniale, il rafforzamento della contrattazione aziendale, che notoriamente, e specialmente nel contesto attuale di precarietà, indebolisce la capacità negoziale dei lavoratori.

Nonostante gli appelli, che giocano su una legge elettorale scritta ad hoc per usare la tattica del voto utile e avvantaggiare i soggetti più grandi, non avranno il mio voto perché la tutela delle minoranze è il principio della democrazia e perché non posso essere responsabile della deriva xenofoba e fascista che comporterebbe. Una deriva che riguarda gran parte di quei ceti sociali che il centrosinistra si è dimenticato di rappresentare. Possiamo continuare ad accusarli di ignoranza o possiamo chiederci dove abbiamo sbagliato. Se scegliamo, come dovremmo, la seconda opzione, dobbiamo essere disposti a mettere in discussione i nostri dogmi e quelli che ci continuano a imporre. Possiamo farcela. Chiudendo una storia finita.

Photo Credit

Foto di copertina: Cerimonia di insediamento del governo Gentiloni – Di Governo Italiano (Note legali) – Prima pagina del portale www.governo.it, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54038627

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