Referendum costituzionale: qual è la posta in gioco

December 03, 2016 / by / 0 Comment
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La posta in gioco del referendum costituzionale del 4 dicembre.

matteo_renzi_2014

Ho parlato del referendum costituzionale con un sostenitore del sì, l’altra sera. Un ragazzo sveglio, intelligente, studia Giurisprudenza a Torino, dove, dice, l’80% dei suoi compagni voterà no. E’ ancora dubbioso, ma propende per il sì, perché vuole un cambiamento. Ha 20 anni, vive in un paese senza futuro e assiste allo sgretolarsi dell’Europa in cui aveva creduto, mentre in tutto il mondo avanzano populisti estremisti: che voglia un cambiamento c’è da capirlo.

Non è l’unico, ovviamente. Siamo in tanti in Italia a desiderare una svolta che ci dia finalmente slancio, che ci proietti verso un riscatto sociale ed economico. E questa ansia di cambiare, non di rado schizofrenica, a scadenze puntuali sceglie un nuovo bersaglio. L’ultimo è la Costituzione, individuata come la causa di ogni male, il principale ostacolo al radioso avvenire promesso dalle menti illuminate dei nostri governanti.

Perché? Perché ci ritroviamo da mesi e mesi a parlare delle riforme del bicameralismo perfetto e del Titolo V come panacee di tutti i mali? Abbiamo passato anni a rincorrere il federalismo e ora ci siamo convertiti in ardenti sostenitori di un ritorno al centralismo. Abbiamo il secondo paese per produzione legislativa in Europa eppure siamo qui a brandire l’ascia contro il bicameralismo perfetto. Perché siamo assolutamente convinti che se non cambiamo la Carta adesso non lo faremo mai più, malgrado in quasi 70 anni siano state approvate 16 modifiche della Costituzione e 20 leggi costituzionali?

Cambiare. Ma cosa?

Eppure in questi tempi funesti siamo andati come treni. Tutto si può dire tranne che il governo Renzi non abbia lavorato a tempo pieno, relegando il parlamento a spettatore e imponendo la sua visione politica: Jobs Act, Sblocca Italia, la Buona scuola, tutti nomi molto promettenti, a cui si sono aggiunti l’Italicum, la riforma della Rai e vari altri interventi. Purtroppo, però, dopo circa 1000 giorni di governo, il bilancio – tutto frutto di precise scelte politiche – non è dei più rosei: per risultati economici ed equità sociale, siamo agli ultimi posti in Europa, con dati sconcertanti sulla povertà (i poveri sfiorano i 15 milioni e i poveri assoluti sono passati dal 6,8% della popolazione nel 2014 al 7,6% nel 2016).

Invece di mettere in discussione le scelte e la validità dei principi che hanno ispirato il governo Renzi, puntiamo il dito contro la Costituzione. Ci ficchiamo in testa che a frenarci sono 47 articoli della Carta, invece di farci le domande giuste. Ad esempio: “ma quella ventina di miliardi tra sgravi contributivi e deduzioni Irap alle imprese per supportare il Jobs Act nel triennio 2015-2017, non sarebbe stato più utile destinarla a finanziare piani d’interventi sistematici nel campo della transizione energetica, o del riassetto idrogeologico del territorio, o della messa in sicurezza antisismica degli edifici, o della tutela dei beni culturali?”.

E allora il problema vero è la direzione che vogliamo prendere, quali investimenti possiamo e dobbiamo fare, il ruolo dello stato. Il punto è quali leggi vengono fatte, in che modo – ovvero con quale lavoro di ascolto, di mediazione delle parti e di sintesi delle diverse posizioni – e ancor di più come queste norme vengono applicate. Prendiamo la sanità: pensavamo che il federalismo ci aiutasse a ottimizzare le risorse e ora ci raccontano che il centralismo la renderà migliore per tutti. E, intanto, siamo passati a code che non finiscono più, ticket da pagare e 11 milioni di persone che hanno rinunciato alle cure mediche. E la responsabilità principale non è della decentralizzazione, ma dei tagli su tagli di questi ultimi anni.

Perché la Costituzione non piace. E a chi non piace.

Ma tutto questo non conta. Perché l’ostacolo è la Costituzione, no? Prima era il centralismo, poi era la Costituzione, poi erano le province – abolite e magicamente risorte come enti di secondo livello (per le quali non votiamo più, a proposito) – poi era l’articolo 18, ora è ancora la Costituzione. Eh, questa Costituzione non ci piace proprio. Del resto, JP Morgan nel celebre report del 2013 l’aveva detto che costituzioni come la nostra mostrano “una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra hanno guadagnato con la sconfitta del fascismo”.

A chi è abituato a comandare senza troppi impedimenti questa carta disegnata dal basso non sembra andare molto a genio. Sono gli stessi che avevano fatto scoppiare il gran casino del 2008, quella crisi che hanno smesso di pagare quasi subito. Ce ne siamo dimenticati perché, all’improvviso, è cambiata la narrazione e da un momento all’altro i banchieri sono usciti di scena, e nell’occhio del ciclone è finito il debito pubblico degli Stati. Poco importa il ruolo che le banche e le derive della finanziarizzazione dell’economia hanno avuto su quel debito. D’un tratto, nel mirino sono finiti i diritti che ci erano rimasti. Diritto alla sanità, diritto a non essere licenziati se per caso discutiamo le condizioni di sicurezza o di dignità del lavoratore, diritto alla pensione, diritto a un’istruzione pubblica decente, diritto alla protesta.

Ma cosa esattamente non piace di Costituzioni come quella italiana? È importante evidenziare quanto le Costituzioni del Novecento abbiano rappresentato una rottura, un cambiamento epocale nella storia del diritto. Durante la modernità, nei paesi dell’Europa continentale, il diritto era ispirato da una concezione verticistica e monistica: in altri termini, il potere politico dominava e controllava il diritto, avendo individuato in esso uno strumento preziosissimo per la sua esistenza e la sua azione; di conseguenza, la legge era piegata ai suoi scopi, era rigida ed era posta al vertice della piramide, sovrastando e finendo per annullare le altre manifestazioni giuridiche. Già all’inizio del Novecento, questa concezione entrò in crisi perché inadatta a fronteggiare la sempre maggiore complessità della società e incapace di reggere all’urto delle lotte sociali. Le Costituzioni del Novecento, quindi, sono il compimento di questo lungo e laborioso conflitto, il frutto del primato della società sullo Stato: esse non riportano comandi emanati dall’alto, ma esprimono valori condivisi e fatti prodotti dal tessuto economico e sociale.

Ecco perché Piero Calamandrei pronunciò le parole divenute famose “quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti”. Ed ecco perché questa riforma costituzionale non rappresenta un passo in avanti, ma un passo indietro. Perché è calata dall’alto e imposta da pochi, come nella vecchia concezione della modernità, e, già per questo motivo, ci fa pensare a uno strumento di potere e controllo nelle mani di un’oligarchia politica più che a principi e regole affiorati dal basso della società. Questo vale sempre, ma a maggior ragione vale se quei pochi sono stati eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale e a governare è una minoranza beneficiata da uno spropositato premio di maggioranza.

Dovrebbe bastare questo, in un Paese normale. Perché accettarlo significa creare un precedente pericoloso per la vita democratica, un punto di non ritorno. Ma noi non siamo un paese normale, siamo un paese smarrito e vogliamo cambiare.

Pesi e contrappesi

E, allora, per figurarsi lo scenario che si prospetta bisogna leggere gli articoli della riforma e associarli alla legge elettorale. Sembra di tornare indietro di cent’anni, perché di colpo spariscono i contrappesi che caratterizzano ogni sistema democratico che si rispetti. Nessuna potenza occidentale presenta un’architettura sprovvista di meccanismi di garanzia. Nessuna. Neanche gli Stati Uniti. Perché “la Costituzione è quella cosa che ci diamo da sobri per i momenti in cui saremo ubriachi”.

E se proprio è un monocameralismo che vogliamo, allora deve dipendere dalla legge elettorale più democratica possibile, proporzionale e senza nominati dai partiti. Come voleva Berlinguer, citato a sproposito dalla propaganda per il sì. Ma non è questo il caso. L’attuale legge elettorale dà il 54% dei seggi della Camera al partito che vince le elezioni, che così potrà imporre, senza alcuna mediazione, i propri ministri, buona parte dei procedimenti legislativi, i presidenti delle Commissioni parlamentari, 1/3 del Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Repubblica (“dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei votanti”, quindi al partito di maggioranza basterà il voto di 26 senatori) e ben otto su 15 giudici della Corte Costituzionale (5 nominati dal Presidente della Repubblica e 3 dalla Camera dei Deputati).

L’attuale riforma

A una legge così la riforma aggiunge un Senato completamente stravolto, trasformato in un dopo lavoro per 21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Un senato che sarà soggetto a continui avvicendamenti, visto che dipenderà dagli sviluppi di amministrazioni comunali e regionali: avanti uno, fuori l’altro.

Un senato che non si capisce bene da chi sarà eletto, visto che la riforma abroga l’art. 58 (comma 1: “I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il 25esimo anno di età”) e all’articolo 57 compie un capolavoro di ambiguità: prima, infatti, attribuisce l’elezione dei senatori agli organi delle istituzioni territoriali e poi, grazie a un emendamento della minoranza PD, contiene l’inciso posticcio “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, che si presta a diverse interpretazioni.

Insomma, un gran pasticcio, che rimanda tutto a una futura legge ordinaria, cosa di per sè inaudita, visto che è solo nella Carta che devono essere riportati il diritto di eleggere i parlamentari e il diritto ad essere eletti. Ma qui ci vogliamo superare e allora si scopre che, secondo la norma transitoria, la legge per il nuovo Senato la potranno approvare solo le future Camere, e non questo Parlamento.

Nelle dichiarazioni del legislatore, tutto questo dovrebbe dar vita a un Senato delle Autonomie, ma, anche qui, a vederci dentro, la realtà appare lontana dalle promesse. Infatti, senza vincolo di mandato, i senatori saranno espressione della volontà dei partiti più che delle regioni. Inoltre, un Senato delle Autonomie dovrebbe occuparsi prevalentemente di questioni locali e invece il Senato riformato si concentrerà su Costituzione e accordi internazionali.

Per non parlare del completo ritorno al centralismo sulle grandi opere, dove il governo potrà decidere in barba alla volontà delle comunità locali. Già si ode nell’aria il rombo delle trivelle e già si avvertono le conseguenze nefaste sull’ambiente, anticipate ampiamente dalla logica estrattivista dello Sblocca Italia.

Tutt’altro che semplificata, poi, è la produzione legislativa, che addirittura passa da uno a 10 procedimenti. E, se con il bicameralismo attuale, l’80% delle leggi è approvato in due passaggi e la navetta tra Camera e Senato avviene solo nel 3% dei provvedimenti legislativi, con la nuova riforma ogni disegno di legge rischia di fare tre passaggi.

Infine, la partecipazione dei cittadini alla vita politica. Il numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare passa da 50 mila a 150 mila. E il referendum abrogativo presenta un quorum più basso soltanto nel caso vengano raccolte 800mila firme per indirlo, ipotesi davvero rara, vista la tradizionale difficoltà ad arrivare a quota 500mila.

Il vero cambiamento

L’intento che si palesa tra le righe della riforma non può che portaci a votare no. Un gigantesco no. Perché il vero cambiamento è dire no al tradimento della Costituzione avvenuto negli ultimi 30 anni, una catena di scelte ideologiche che ci hanno portato a una società più povera, più diseguale, più sola e a cui manca soltanto l’ultimo tassello, quello utile a stravolgere anche la prima parte della Carta. Il vero cambiamento è dire no a tutti i meschini che si abbeverano alla fonte del potere e ci invitano a votare sì, spacciando per progresso un ritorno al passato più buio. E il vero cambiamento è ritrovare la capacità di pensare con la nostra testa, senza affidarci a chi dovrebbe svolgere un ruolo d’informazione e divulgazione e invece si è venduto la dignità al banco dei pegni. No e ancora no. Ci rimangono poche occasioni di difendere la democrazia o quel che ne rimane: questa è una di quelle, non buttiamola via.

Photo Credit

Foto di copertina: Renzi annuncia lo scioglimento della riserva e la lista dei ministri del suo governo il 21 febbraio 2014. – Di Presidenza della Repubblica, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31288112

GUARDA ANCHE il nostro documentario “PUNTOaCAPO. Capire (un po’) la crisi”


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Alessandro Rizzi


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