Can Batlló, uno spazio pubblico contro speculazione e degrado

April 10, 2017 / by / 0 Comment
Una parte della fabbrica di Can Batllò

Una parte della fabbrica di Can Batllò

A Barcellona si incontra ancora qualche ciminiera, a ricordare un tempo che sembra preistoria ma non è poi così distante. Una di queste svetta su una vecchia fabbrica tessile, il principale complesso di archeologia industriale rimasto in città: dove un tempo sferragliavano i telai, oggi si tengono concerti, conferenze, dibattiti, c’è chi impara i mestieri e chi i mestieri li insegna e li pratica, si va a scuola di circo, si gioca a basket, si fanno attività per bambini, il sabato si organizzano mercatini e la gente passeggia, si ferma e si relaziona. Una città nella città, un microcosmo lontano da traffico, shopping e movida, un luogo che fa restare umani. Attorno alla fabbrica, poi, si sogna un quartiere cooperativo, basato su un’economia solidale, che come stella polare non abbia il profitto ma le persone. E qualche seme è già stato piantato.

Questa fabbrica è Can Batlló e se il nome vi dice qualcosa, non vi state sbagliando. <<Si chiama così – mi racconta Marc Dalmau i Torvà, antropologo e sociologo, nato e cresciuto in zona – perché appartenuta a una delle grandi famiglie della città, i Batlló, che commissionarono ad Antoni Gaudì la famosa casa al civico 43 di Passeig de Gràcia>>. La celebre Casa Batlló, tra i più grandi capolavori dell’architettura moderna.

Casa Batllò a Barcellona - By QUIM70 - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21614470

Casa Batllò a Barcellona – By QUIM70 – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21614470

Can Batlló fu inaugurata nel 1878 nel quartiere La Bordeta, che fa un tutt’uno con la zona operaia di Sants e ha vissuto molte vite, seguendo le diverse fasi economiche della città. Dopo anni di abbandono, oggi è arrivata a un punto di svolta, atteso da quasi quattro decenni, e se può sperare in un futuro che non sia soltanto speculazione immobiliare, lo si deve alla volontà e alla dedizione dei suoi abitanti – quel famoso tessuto sociale che qui non è mai morto.

<<Il recupero di Can Batlló – continua Marc Dalmau i Torvà, tra i protagonisti del movimento che ha prima difeso e poi autogestito l’ex fabbrica – è stata un’opportunità di territorializzare processi a cui stavamo lavorando da molto tempo. Negli ultimi 20 anni abbiamo costruito un tessuto sociale e politico abbastanza forte. E se oggi siamo a questo punto è grazie alle lotte portate avanti dagli abitanti del quartiere dagli anni ’70>>. <<Come dice uno dei rappresentanti del movimento – sottolinea – il quartiere va difeso, perché altrimenti finiscono per convertirlo in un “non quartiere”, una zona morta per la vita e una zona viva per il capitale>>.

Marc Dalmau i Torvà durante l'intervista a Can Batllò

Marc Dalmau i Torvà durante l’intervista a Can Batllò

La Bordeta e la teoria del Rent gap

Un destino che pareva segnato anche per La Bordeta. Con la crisi iniziata nel 2008, l’area di Can Batlló era stata lasciata in una condizione di progressivo degrado, un fenomeno alla base di molti processi di gentrificazione. <<Per generare valore, il capitalismo approfitta di una dialettica perversa tra vecchio e nuovo. Il degrado legittima la “rigenerazione”>>. L’azione o l’incuria da parte dei proprietari, infatti, può ridurre drasticamente il valore di uno spazio ed è proprio quella perdita di valore a giustificare in seguito la sua trasformazione.

E’ la teoria del Rent gap, elaborata da Neil Smith. Secondo l’antropologo e geografo scozzese, lo sviluppo delle città è condizionato dalla cosiddetta “altalena del capitale”: gli investimenti si muovono ciclicamente da un luogo a un altro. Dopo qualche tempo, le aree svuotate di vita e ricchezza possono offrire opportunità di grandi guadagni perché presentano un’enorme differenza tra il valore che hanno in quel momento e il valore che potrebbero avere se venissero riqualificate.

Questa dinamica, secondo Marc, ha influito sensibilmente anche nella vicenda di Can Batlló. Una vicenda che merita di essere raccontata sin dal principio, perché dice molto del sistema in cui viviamo e di come potrebbe cambiare.

Il mercatino del sabato a Can Batllò

Il mercatino del sabato a Can Batllò

Can Batlló: dall’epoca tessile alla rendita immobiliare

La prima vita di Can Batlló è legata all’industria tessile. Il periodo di massimo splendore, immediatamente successivo all’inaugurazione e favorito da misure protezionistiche, è seguito da fasi economiche altalenanti, che contribuiscono a formare una coscienza di classe nei lavoratori della fabbrica. Quando la guerra civile spagnola inizia e i proprietari di Can Batllò fuggono, gli operai sono pronti a collettivizzare. Racconta la gente del quartiere che “i comitati dei lavoratori si incaricarono della produzione e modernizzarono i macchinari, riportando la fabbrica agli antichi fasti. Ma con la fine della guerra e il ritorno della famiglia Batlló, l’incantesimo finì e prevalsero paura e repressione”.

Pochi anni dopo il rientro dei Batlló, nel 1943, la proprietà passa nelle mani di Julio Muñoz Ramonet, un controverso imprenditore che approfitta degli ottimi rapporti con il regime per fare fortuna. <<Signori come i Ramonet entrarono dietro i carri armati franchisti e acquisirono facilmente diverse zone della città>>. Insieme a suo fratello Alvaro, Muñoz guida una quarantina di fabbriche tessili, motivo per cui si diffonde il detto “in cielo comanda Dio, in terra i Ramonet”.

All’inizio degli anni ’60, con il tessile ormai in piena crisi, i Ramonet decidono di porre fine alle attività produttive, rimuovere i macchinari dai capannoni e affittare gli spazi a piccole e medie imprese. <<E’ un cambiamento tipico della classe dominante di Barcellona: si abbandona l’estrazione di plusvalore dalla forza lavoro industriale e si passa alla rendita immobiliare. La famiglia Ramonet fece esattamente questo: finì la fase dello sfruttamento tessile e suddivise lo spazio in molte frazioni, per poter ricavare migliori rendite immobiliari>>. Dieci anni dopo la trasformazione si conteranno più di 200 attività e oltre 2000 lavoratori.

La ciminiera e alcune aree della fabbrica della fabbrica di Can Batllò oggi

La ciminiera e alcune aree della fabbrica della fabbrica di Can Batllò oggi

Nel frattempo, La Bordeta è diventata un centro nevralgico del fermento politico barcellonese. Alla fine degli anni ‘40, infatti, di fronte a Can Batlló sorge la parrocchia di Sant Medir, che avrà un’importanza vitale nelle locali lotte per la democrazia, ospitando riunioni e attività clandestine. Proprio da Sant Medir emergeranno soggetti sindacali e usciranno i fondatori del Centro Sociale di Sants, punto di riferimento fondamentale per il tessuto associativo e culturale del quartiere.

Recuperare Can Batlló

All’inizio degli anni ’70, la Spagna si avvia verso la fine del regime franchista e La Bordeta è un tumulto. Nel 1973, una mostra fotografica organizzata nel Centro Sociale di Sants denuncia la mancanza di servizi nell’area (scuole, strutture sanitarie, impianti sportivi e luoghi di aggregazione per i giovani) e chiama alla mobilitazione contro l’apertura di ulteriori grandi strade, che andrebbero a discapito degli spazi pubblici del quartiere. Prima che sia troppo tardi, prima che La Bordeta diventi definitivamente uno snodo viario circondato da condomini, si avverte l’urgenza di recuperare gli spazi non ancora edificati e destinarli a uso pubblico. Tra questi, c’è anche e soprattutto Can Batlló. <<La sua area occupa circa un terzo di La Bordeta: per questo è tanto importante>>.

1976-2008: un’attesa infinita e il crollo di un modello

Ha inizio una stagione di mobilitazione per espropriare Can Batlló. E’ anche tenendo conto della pressione del quartiere che il piano urbanistico postfranchista del 1976, tutt’ora vigente, qualifica Can Batlló come zona verde e superficie atta a ospitare i servizi necessari agli abitanti. Questa apparente svolta si rivelerà col tempo l’inizio del degrado: il piano, infatti, non considera le difficoltà di negoziazione tra società proprietaria e amministrazione comunale, così come trascura la diversità di interessi tra i vari soggetti in causa. Inoltre, per sbrogliare la matassa servirebbero investimenti e un’azione decisa da parte dell’amministrazione comunale. Servirebbero, ma restano chimere, anche per la subalternità ai privati, a cui il pubblico si piega nel successivo trentennio neoliberista.

L’unico esito possibile, allora, è il protrarsi dello status quo per decenni. <<L’ex fabbrica continuò a funzionare, senza alcun cambiamento, fino all’inizio del secolo XXI, perché la proprietà voleva mantenere la rendita immobiliare e la giunta non riusciva ad agire>>.

Graffiti su alcuni muri e saracinesche di Can Batllò

Graffiti su alcuni muri e saracinesche di Can Batllò

Con la trasformazione urbana favorita dalle Olimpiadi del ‘92, la società proprietaria di Can Batlló, guidata dalla nipote di Muñoz Ramonet, capisce che la rendita immobiliare può farsi molto più cospicua. Il suo obiettivo si fa allora più ambizioso: cedere al comune la sezione principale dell’ex fabbrica – l’unica a poter ospitare le strutture previste – in cambio del massimo volume edificabile possibile nella zona limitrofa, dove progetta di costruire condomini e hotel di lusso. Nell’ultima decade del Novecento, inizia quindi un gioco al rialzo che si concluderà vittoriosamente con la modifica alle disposizioni previste dal piano del 1976.

Da lì a poco, però, succede qualcosa che cambia le carte in tavola: la crisi del 2008 e lo scoppio della bolla immobiliare. Data la situazione del settore, l’investimento edilizio rischia di rivelarsi un flop. Gli interventi previsti, quindi, vengono nuovamente rimandati, palesando la subordinazione dell’interesse pubblico al business immobiliare e i limiti di un’urbanistica finalizzata esclusivamente alla valorizzazione economica degli spazi. Scoppiano le contraddizioni di un modello fallimentare e si aprono spazi di diserzione.

Il degrado e la strategia del Tic Tac

<<Come in molte zone della città, la crisi paralizzò i progetti e tutto rimase in una parentesi che non si sarebbe interrotta, se non fosse stato per l’azione degli abitanti del quartiere>>. Un’azione resa necessaria dal diffondersi del degrado. <<La maggior parte delle imprese dovette chiudere. Solo qualcuno riuscì a trasferire altrove la propria attività. Il territorio rimase vuoto e l’area industriale divenne molto degradata>>. Secondo Marc, <<l’urbanismo neoliberista persegue lo sfruttamento estrattivo della città e il degrado gli è necessario per raggiungere lo scopo>>.

Ma gli abitanti di Sants non ci stanno. <<Decidemmo di organizzarci e da marzo 2009 fissammo una data di scadenza per l’inizio delle opere previste. Collocammo un orologio simbolico in una delle piazze più importanti del quartiere per segnalare alla giunta che, se entro l’11 giugno del 2011 non avesse realizzato le sue promesse, i cittadini del quartiere avrebbero occupato e autogestito Can Batlló>>. E’ la strategia del “Tic Tac” e cambia tutto. <<Questa tattica ci ha permesso di prendere l’iniziativa: fino ad allora, il ritmo era scandito dalla giunta e dalla proprietà. Attivando l’orologio del count down, potemmo iniziare a dettare il tempo e l’agenda politica>>.

I cittadini creano la Plataforma Can Batlló és pel Barri, legata a La Bordeta e al Centro Sociale di Sants e formata da residenti della zona, associazioni – culturali, giovanili, di genitori, di architetti – e da movimenti autonomi. La piattaforma rivendica il rispetto degli impegni presi dall’amministrazione comunale: gli indennizzi, il ricollocamento degli abitanti e dei piccoli imprenditori che sarebbero stati colpiti dalla trasformazione prevista, la costruzione di un parco e di case di edilizia popolare, e un processo decisionale condiviso dai cittadini in merito al destino del capannone principale della fabbrica.

Durante gli oltre due anni di count down, la situazione non cambia. Per evitare l’occupazione forzata, quattro giorni prima della scadenza la giunta comunale consegna le chiavi del capannone Bloque 11. <<L’11 giugno 2011 entrammo. Non era passato nemmeno un mese dal 15 maggio (giorno della nascita del movimento degli Indignados, ndr.) e dopo un quarantina d’anni a guida socialista, il governo della città era toccato alla destra più conservatrice. Questo cambiamento facilitò azioni come questa. La giunta, senza margini di manovra e vedendo la legittimità e la forza che avevamo acquisito, finì per cedere definitivamente l’utilizzo dello spazio>>. Comune e Piattaforma firmano un accordo e, dopo pochi mesi, viene ceduto anche un altro capannone, chiamato Margaret Astor.

Ogni sabato, a Can Batllò, nei pressi del Bloque 11 si tiene un mercatino

Ogni sabato, a Can Batllò, nei pressi del Bloque 11 si tiene un mercatino

Uno spazio pubblico non statale

Da allora si sta ricreando una “struttura pubblica non statale”, come la definisce Marc. <<Uno spazio pubblico che permette l’accesso a tutti, ma appartiene alla comunità e non allo Stato. Appropriarsi collettivamente di questo spazio vacante ha significato rivendicare la capacità della comunità di autogestire le proprie necessità. Nessuno può conoscere i bisogni del quartiere meglio di chi nel quartiere ci vive. Nessuno può sapere meglio quali tipologie di servizi, parchi, edificazioni sono necessari alla zona>>.

Per questo, i protagonisti del recupero di Can Batlló si sono ispirati al celebre architetto italiano Giancarlo De Carlo, che proponeva la progettazione partecipata. <<Lo spazio lo devono disegnare gli utenti. E tra gli utenti possono esserci progettisti, che mettono a disposizione sapere e strumenti>>.

A Can Battlo la ricostruzione parte dalla cultura. <<Aprimmo subito una biblioteca autogestita, perché il quartiere non ne aveva nemmeno una. La gente cominciò a inondarci di libri, tanto che dovemmo fermarli perché non sapevamo più dove metterli>>. Non solo la biblioteca, però. <<Nel Bloque 11 abbiamo recuperato la tradizione degli atenei popolari della Catalogna, che erano grandi centri di produzione socioculturale. Alla biblioteca, quindi, abbiamo aggiunto un auditorio e sale per laboratori e corsi>>. A poco a poco, il progetto comincia ad espandersi, nello spazio e negli ambiti. <<Usando la stessa tattica del “Tic Tac” rivendicammo l’utilizzo di altri capannoni. Iniziò ad emergere la necessità di avviare attività economiche in un’ottica comunitaria: per noi l’economia non è l’estrazione di plusvalore ma l’organizzazione delle risorse disponibili al fine di soddisfare i bisogni. Al centro di tutto c’è la cura della persona e la base su cui si regge è la cooperazione sociale>>.

Bambini e genitori giocano in uno degli spazi di Can Batllò

Bambini e genitori giocano in uno degli spazi di Can Batllò

Un’economia solidale e cooperativa

All’interno di Can Batlló prende forma così un’economia solidale. <<Con il tempo abbiamo aperto diverse attività: un laboratorio di falegnameria collettiva; un’officina per l’adattamento di mezzi, come per esempio sedie a rotelle, destinati a persone con deficit funzionali; una stamperia; un centro di documentazione sui movimenti sociali; un laboratorio per la produzione di birra artigianale, che potrebbe in futuro fornire una parte dei mezzi per la sostenibilità dell’intero progetto>>.

Ogni attività deve rispettare alcuni criteri. <<I progetti economici che si svolgono qui devono soddisfare tre requisiti: sostenibilità economica, nel senso di essere autogestiti e sostenibili; sostenibilità comunitaria, ovvero contribuire alla trasformazione dello spazio; sostenibilità politica e sociale, ossia essere in grado di portare un cambiamento di visione>>.

E di fondamentale importanza è lo scambio con il quartiere circostante. <<Passo dopo passo, si sta creando un quartiere cooperativo. In alcuni giorni della settimana, le attività sono aperte al pubblico, affinché le persone possano, ad esempio, servirsi della falegnameria per sistemare i propri mobili, aggiustare una porta o costruire una mensola. Questo è possibile grazie alla disponibilità di attrezzi professionali e di chi può insegnare a utilizzarli>>. E gli eventuali utili di queste attività – una volta sottratti gli stipendi dei lavoratori – vengono redistribuiti a livello comunitario. <<Nel caso si verifichi un ricavo superiore al salario prestabilito, l’utile si destina al progetto Can Batlló>>.

Uno dei laboratori di Can Batllò

Uno dei laboratori di Can Batllò

Sulla base di questi principi, sono già in cantiere molti progetti per il futuro. A cominciare dall’educazione e da una risposta all’emergenza casa. <<Sicuramente svilupperemo una scuola di pedagogia libertaria,. Ed è in atto il progetto di una cooperativa per contrastare la mercificazione della casa attraverso la proprietà collettiva e l’anteposizione del valore d’uso al valore di scambio. La cooperativa sarà proprietaria dell’edificio e cederà il diritto d’uso indefinito alle persone beneficiarie>>.

Per favorire la diffusione di un’economia solidale è indispensabile fornire gli strumenti necessari. <<Con il progetto Coopolis realizzeremo una sorta di vivaio dell’economia sociale e solidale: sarà un centro di formazione, apprendimento, condivisione, socializzazione, diffusione dell’economia sociale e solidale per facilitare nuovi progetti. E a questo tipo di economia vorremmo, poi, dedicare una fiera, da organizzare nel capannone centrale>>.

La città invisibile per un quartiere cooperativo

Sogni oggi possibili per l’impegno politico profuso nel tempo. Grazie alla difesa del quartiere e al passaggio del testimone tra generazioni, oggi c’è vita a Can Batlló e anche fuori dalle sua mura. <<Nel quartiere si stanno aprendo molte piccole cooperative di diverse tipologie. Io faccio parte di una di queste, la Ciutat Invisible: da un lato gestiamo una libreria e vendiamo abiti prodotti senza sfruttamento; dall’altro, ci dedichiamo alla ricerca e alla formazione, tentando di divulgare questi processi>>.

Un'area di Can Batllò destinata ai cani

Un’area di Can Batllò destinata ai cani

Perché l’obiettivo è creare un circuito virtuoso. <<Vogliamo costruire un ecosistema locale cooperativo, un sito dove il lucro non sia il fine degli scambi e dove non ci sia sfruttamento, non ci siano posizioni di rendita. Un ecosistema dove tutte le decisioni si prendano orizzontalmente in assemblea, la produzione segua criteri ecologici ed ecofemministi, e che tutta la catena di produzione sia comunitaria>>.

Per far sbocciare l’ecosistema c’era bisogno di un passo ulteriore. <<Abbiamo creato un futuro gruppo cooperativo, Impuls de Sants, che è l’unione e l’articolazione di piccole cooperative: oltre alla nostra, include un bar, uno spazio per eventi musicali, una cooperativa di programmatori informatici, tutti gli spazi comunitari di Can Battlò, la falegnameria, l’officina meccanica, un’officina per le bici e una cooperativa di architetti>>.

Un magma che si forma e si consolida a poco a poco. <<Dal 2015, oltre a farci conoscere attraverso alcune iniziative culturali, stiamo cercando di mettere in comune le risorse e i servizi necessari: infrastrutture, macchinari, trasporti, contabilità, formazione, canali di commercializzazione e anche una residenza. Questa è una forma di crescita condivisa e decentralizzata, che evita di riprodurre le condizioni (centralizzazione e dimensioni eccessive) che in passato hanno portato le cooperative a trasformarsi in “non cooperative” o in cooperative riproduttrici dell’ordine capitalista, il che è un ossimoro assoluto>>.

Un campo da basket a Can Batllò

Un campo da basket a Can Batllò

Ada Colau sblocca i fondi 

I progetti della comunità sviluppatasi attorno a Can Batlló hanno trovato finalmente una sponda con la giunta di Ada Colau. E recentemente l’ex fabbrica ha conosciuto una seconda svolta. A febbraio, infatti, la sindaca di Barcellona ha annunciato l’investimento di 64 milioni di euro (ma la cifra dovrebbe salire a 150 milioni nel successivo mandato) per la realizzazione dei progetti tanto attesi: la cooperativa Coòpolis; 1400 case, 500 delle quali in regime di protezione; nuove aree verdi; la Scuola di Mezzi Audiovisivi(EMAV); diversi servizi per il quartiere. I progetti verranno realizzati sulla superficie dell’ex fabbrica e della vicina stazione ferroviaria di Magòria.

Nel frattempo, però, nel resto dell’area alcuni condomini sono già stati costruiti e altri sono in fase di edificazione. Nuovi edifici significano nuovi abitanti, con un substrato culturale differente e diverse abitudini. Ancora una volta, sarà la capacità di difendere il quartiere e di <<resistere alle dinamiche di depredazione e d’investimento del capitale>> a determinare le possibilità che il sogno di Marc e degli altri protagonisti del recupero di Can Batlló si trasformi in realtà.

Volantini all'ingresso di Can Batllò

Volantini all’ingresso di Can Batllò

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Alessandro Rizzi


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